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Food Ink: un ristorante di alta cucina molto particolare

Food Ink è un ristorante pop up, ovvero temporaneo e itinerante, che coniuga alta cucina e stampanti 3D.

Il tour fino ad ora ha previsto come tappe: Venlo (Paesi Bassi), Londra, Berlino, Roma, Barcellona, Parigi, Tokyo, New York, Sidney, San Paolo (Brasile), Singapore.

L’idea di stampare 3D il cibo non è una novità di per sé, ma è la prima volta che il procedimento è curato ai massimi livelli: Food Ink infatti coinvolge chef di fama mondiale nella realizzazione dei piatti serviti ai commensali.

Ad esempio, nel caso della tappa londinese sono stati mobilitati Joel Castanye (ex del ristorante El Bulli a Londra) e Mateu Blanche (chef del ristorante La Boscana di Barcellona) che hanno studiato un menù di nove portate che univa elementi della tradizione britannica con i dettami della cucina molecolare. Anche il costo della cena era da tre stelle Michelin: ben 264 sterline.

 

Fonte immagine: http://foodink.io/

 

A Food Ink tutto, anche il cibo è stampato 3D

A Food Ink praticamente ogni cosa è stampata in 3D: dalle posate ai bicchieri, dalle sedie alle lampade. Per arrivare a questo risultato sono stati coinvolti una serie di designer e in particolare l’architetto Arthur Mamou-Mani.

Anche il cibo, ovviamente è interamente stampato 3D: è sufficiente ridurre gli ingredienti in una pasta abbastanza fluida, inserirli in un contenitore a siringa e poi lasciare che la stampante 3D dia forma al cibo. Eventualmente, il piatto può essere completato utilizzando elementi stampati separatamente.

 

Fonte immagine: http://foodink.io/

Un’esperienza gourmet unica dove la cucina incontra l’arte, la filosofia e le tecnologie del futuro

Lo chef Fabio Tacchella, consigliere della Federazione Italiana Cuochi, oltre che esperto di nuove tecnologie di cottura e lavorazione degli alimenti, in un’intervista a Il Messaggero ha commentato così questa nuova tendenza: «La trovo un’iniziativa molto interessante. Avevo già sentito parlare di stampanti 3D per il settore food, ed è incredibile che siano riusciti ad aprire un intero ristorante incentrato su questo nuovo format. Ovviamente è una scelta più che giusta, perché la novità attrae sempre, bisognerà però aspettare per capire quale sarà la risposta del pubblico, anche a lungo termine. Ma come la nouvelle cuisine e dopo di questa la cucina molecolare, anche questa tecnica “alle stampanti”, invece che hai fornelli, può dare spunti positivi e interessanti al settore della ristorazione».

«Le possibilità di sviluppo di questo format sono infinite – ha continuato Tacchella- l’importante è che non ci siano tentativi di stravolgere tradizioni ben radicate, a partire da quella italiana. Non sarebbe corretto chiamare, ad esempio, Amatriciana un piatto realizzato con prodotti differenti da quelli tradizionali, solo perché sono più adatti alle stampanti. Bisogna sempre stare molto attenti che queste innovazioni non si scontrino con le tradizioni. D’altra parte però noi cuochi potremo attingere da queste tecnologie, servendocene per esaltare i nostri prodotti e migliorare i nostri piatti, sia nell’estetica che nel gusto. Dopotutto è stato così anche per la nouvelle cuisine: prima poco considerata, poi conosciuta e osannata in tutto il mondo; ci ha insegnato tecniche che hanno contribuito a portare la cucina italiana al top. Potrebbe essere lo stesso anche con questo nuovo format».

 

 

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